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SAHARAWI “IL CAMPO DELLA DIGNITA’”

Un popolo senza diritti
di Mirca Garuti

La voce disperata del popolo Saharawi è riapparsa solo su alcuni quotidiani e televisioni, non per comunicare buone notizie, ma, per informare sull’ennesima violazione dei loro diritti.
Il 10 ottobre scorso alle ore 10, in segno di protesta per le continue difficili condizioni di vita, è stato realizzato un nuovo accampamento, il “Agdaym Izik”, nel deserto, su un terreno privato saharawi, quindi del tutto legittimo e legale, a 12 chilometri da El Ayoun, capoluogo del Sahara occidentale, controllato dal Marocco.  Il campo, inizialmente formato da 400 tende, si è sviluppato, in sole tre settimane, in modo del tutto inaspettato, fino ad arrivare a contarne ottomila, ospitando circa ventimila persone. La tendopoli, rinominata “Il Campo della Dignità” per il suo valore legato a questa protesta, è diventata l’immagine dei diritti del popolo Saharawi.
Il clima all’inizio era allegro: “Per la prima volta, mi sento a casa mia, in un territorio libero” dice un ragazzo del campo.  “Questo è il nostro stato”, continua un altro. (da “Il Manifesto” 06/11/10)
 

 

 

 

Donne, bambini, uomini e vecchi lasciate le loro città del Sahara Occidentale occupato, si erano diretti verso nord, determinati a voler diventare “visibili” agli occhi del mondo, pianificando una manifestazione contro la continua mancanza di diritti sociali, lavoro, casa, istruzione e per la difesa delle loro risorse naturali, illegalmente rubate dal governo di Rabat. Gli abitanti del campo avevano poi costituito tre comitati per la suddivisione dei compiti essenziali, quali la negoziazione, l’organizzazione e la vigilanza.
E’ importante ricordare che questa protesta era del tutto pacifica, diretta solo contro l’emarginazione sociale ed economica del popolo saharawi, nessuno aveva mai menzionato il diritto all’autodeterminazione, che resta il tema centrale delle trattative tra il Marocco ed il Fronte Polisario. Sul campo non sventolava nessuna bandiera, proprio per non fornire al Marocco nessun pretesto per un  possibile intervento militare. Nonostante questo, le forze di sicurezza marocchine insieme all’esercito, lo avevano circondato con un muro di sabbia e sassi, mettendolo sotto estrema sorveglianza con tre o quattro blocchi di controllo. Ogni macchina era minuziosamente controllata per impedire l’accesso al campo di viveri, acqua, medicinali e soprattutto di stranieri e giornalisti. Si entrava solo con una speciale autorizzazione che, però il governo di Rabat non concedeva a nessuno.
Sono molto eloquenti le dichiarazioni rilasciate da tre giornalisti italiani che sono riusciti, nei primi giorni di novembre, ad eludere la sorveglianza dei posti di blocco marocchini.
Stefano Liberti, del “Il Manifesto, Mastromatteo Gilberto, free lance sono sfuggiti alla sorveglianza, riuscendo ad entrare nel campo, nascondendosi sul fondo di un furgone sotto una coperta, sopra la quale erano seduti alcuni passeggeri. Ugo Mazza, ex consigliere dell’Emilia Romagna, ora free lance, si è vestito invece da saharawi, seduto sul sedile anteriore di una Land Rover, fingendo di pregare, insieme ad un’anziana signora, con una corona tra le mani.
Nel campo – racconta così Ugo Mazza – si tenevano incontri e manifestazioni per discutere delle ragioni della loro resistenza, delle scelte future da compiere, e, penso, anche per darsi coraggio in una situazione così dura e difficile. Il campo non era il frutto di una fiammata, veniva da lontano, dalle lotte per i diritti sociali, il lavoro, la casa, la scuola per i figli; diritti sempre negati dai marocchini ai Saharawi che non rinunciavano alla propria identità politica e culturale. Per discriminarli “pseudo-legalmente” il Governo ha inventato una “carta di promozione” che è rilasciata ai saharawi che la richiedono e rinunciano così alla loro identità e alla lotta per i diritti e per l’autodeterminazione. I Saharawi denunciano che il Marocco rapina i loro beni naturali senza dare loro neppure un posto di lavoro: la rapina e l’ingiustizia sociale sono alla base della loro protesta e della nascita del campo”.
Il “Comitato di Negoziazione”, nell’incontro con Ugo Mazza, riafferma i punti fondamentali che hanno portato alla realizzazione del campo: ottenere il riconoscimento dei diritti disconosciuti da oltre trenta anni, richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla brutalità dell’occupazione marocchina e chiedere all’Onu di assumersi le proprie responsabilità. Le risposte, purtroppo, sono state negative, in quanto sembra che il governo non abbia nessun’intenzione di avviare trattative, ma, chiede solo di sgombrare il campo.
Il Marocco- così affermano i componenti del Comitato – vuole rendere normale la sua occupazione illegale e la comunità internazionale assiste in silenzio. Il realismo economico uccide il diritto internazionale. La situazione è molto grave, la Comunità internazionale si sta dimenticando di noi, il Marocco non rispetta i diritti umani, ma, nessuno protesta, l’Onu non interviene e resta a guardare, la Spagna e la Francia sono i paesi che hanno le maggiori responsabilità per il passato e per il presente e l’Italia e l’Europa hanno rapporti con il Marocco basati sui loro interessi invece che sul diritto internazionale”.

 


 


La situazione precipita il 24ottobre, quando la polizia spara ad una macchina che stava rientrando nel campo, dopo essere uscita per cercare acqua e viveri, uccidendo un ragazzino di 14 anni, Nayem El-Guareh e ferendone altri sei. La sorella Essayda continua a chiedere che sia avviata una commissione d’inchiesta su quanto è accaduto. “Non erano armati – ripete Essayda – cercavano solo di entrare al campo. Hanno sepolto il suo corpo di notte, senza il nostro consenso. Non sappiamo nemmeno dove siano le sue spoglie”.  L’agenzia di stampa ufficiale (MAP) rilascia, invece, diverse dichiarazioni, attraverso due quotidiani marocchini, il “Albayane” e “Aujourd’hui le Maroc”. La morte del giovane saharawi è avvenuta durante lo scontro a fuoco tra un gruppo di pregiudicati e le forze dell’ordine e non è stato ucciso da pallottole ma dal rovesciamento del 4x4 pick-up, a seguito del conflitto a fuoco. Sempre secondo il cronista del “Aujourd’hui le Maroc”, il capo della banda, Ahmed Daoudi si trovava all’interno del campo in stato d’ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, da causare azioni di violenza fino al punto di costringere gli altri abitanti del campo a buttarlo fuori. Daoudi, con il resto del gruppo, ha poi cercato di forzare il blocco della polizia per poter rientrare e tutto ciò ha causato lo scontro a fuoco. Risultato: si è trattato solo di legittima difesa. La MAP riferisce ancora che il corpo del bambino è stato sepolto alla presenza dei familiari, dopo l’esecuzione dell’autopsia. Non si esprime, invece, sulla denuncia della madre del ragazzino contro i suoi assassini e sugli esiti di questa fantomatica autopsia. Tutte queste asserzioni non rassicurano di certo tutti quelli che conoscono come agisce la polizia del Marocco nei confronti dei suoi dissidenti, sia saharawi sia marocchini, ma lasciano solo dei forti dubbi ancora tutti da chiarire.

 

 
 


“Il governo marocchino spieghi senza indugio cosa è successo, perché si è deciso di reagire con la violenza alle rimostranze civili, colpendo a morte un bambino e ferendo altre sette persone”
E’ la dura presa di posizione di Guido Milana, eurodeputato del PD, membro dell’intergruppo di solidarietà per il Popolo Saharawi, sulle sconcertanti notizie che arrivano dai campi del Sahara Occidentale.  
“Trovo intollerabile - prosegue l’euro parlamentare - che in passato ha più volte fatto visita nei campi profughi saharawi - che si sia risposto col fuoco alla protesta pacifica di migliaia di uomini, donne, anziani e bambini che stavano accampandosi presso Agdaym Izik, in pieno deserto, a 15 Km da El Aaiùn per rivendicare il diritto naturale all'esistenza del loro popolo ed ad una terra natale. Pur essendo una situazione prettamente socio economica, il Marocco, per decenni, ha avversato i saharawi in quanto minoranza, umiliandoli, limitandoli, marginalizzandoli. Già da qualche giorno le forze marocchine tentavano di fermare l’esodo di massa con l'invio di camion, blindati ed elicotteri nei campi di protesta. L’assassinio di oggi è un fatto di gravità inaudita su cui si deve fare immediatamente chiarezza. Occorre oggi unirsi all’appello del Fronte Polisario per una maggiore assistenza dell’Unione Europea e dell’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, per un controllo serio sulle azioni delle forze di sicurezza marocchine, già resesi protagoniste in passato di massacri perpetrati ai danni della popolazione saharawi. Nel Sahara Occidentale si tornerà a respirare aria di libertà e di giustizia, solo se tutte le forze istituzionali internazionali garantiranno la loro presenza nei processi di negoziazione”.

La tensione intorno al campo, dopo l’uccisione di Nayem El-Guareh, aumenta sempre di più. Questa manifestazione, la più grande dal 1975, rende molto nervoso il governo di Rabat, a causa anche dei diversi appuntamenti previsti per le prossime settimane.
Il 5 novembre, infatti, doveva iniziare il processo ai sette militanti saharawi, in carcere da 13 mesi, arrestati per essere stati nei campi profughi di Tindouf, in Algeria, con l’accusa di “attentato alla sicurezza dello stato”.
Il processo è stato infine rinviato al 17dicembre prossimo, per la situazione d’estremo pericolo che si era creata sia all’interno e sia all’esterno del tribunale. Diversi attivisti saharawi sono stati circondati da coloni marocchini inferociti e due giornalisti spagnoli picchiati.
“Il tribunale è stato circondato da manifestanti marocchini, che, di fatto, impediscono agli attivisti saharawi di uscire, minacciandoli”, racconta così l’avvocato Francesca Doria, come osservatore internazionale.
Il processo s’inserisce anche in un momento difficile per il Marocco, in coincidenza con la celebrazione, il 6 novembre, del 35esimo anniversario della “marcia verde” , con il discorso del re Mohammed VI. Inoltre, era prevista per i giorni 8 e 9 novembre la ripresa delle trattative, con l’inviato speciale dell’ONU Christopher Ross, tra il regno del Marocco ed il Fronte Polisario.

 


La situazione nel Campo della Dignità, le altre manifestazioni in corso nel sud del Marocco, il discorso del re che ha ribadito come “sua proprietà” la terra del Sahara ad est del muro della vergogna ed inaccettabili le proteste dei saharawi, il numero sempre maggiore dei manifestanti, tutto ha contribuito all’inizio dell’intervento militare.
La violenza è esplosa lunedì 8 novembre, poco prima delle sette di mattina, quando tre elicotteri sorvolando il campo, hanno ordinato ai rifugiati di andarsene. Nello stesso momento, le Forze Ausiliarie e la gendarmeria hanno preso d’assalto il campo usando idranti, proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Le persone del campo hanno risposto con pietre e bastoni.
I manifestanti saharawi e le forze dell’ordine hanno dato inizio ad una vera e propria battaglia: la sede della tv locale, i tribunali e decine d’automobili sono stati dati alle fiamme, mentre i giovani innalzavano slogan a favore dell’indipendenza. Dopo l’assalto al campo, i coloni marocchini istigati dai militari hanno invaso, saccheggiato ed incendiato auto, case e negozi saharawi. I coloni, per paura di perdere quello che hanno ottenuto occupando le terre di un altro popolo,  sono merce utile solo  ai governi occupanti.   
La versione ufficiale, ovviamente, si differenzia dai fatti reali, riconfermando che, l’obiettivo dell’assalto al campo,  era solo quello di arrestare il gruppo di ricercati per delitti comuni che avevano ottenuto il controllo del campo stesso. La situazione si è infine aggravata a causa della reazione violenta da parte degli stessi abitanti della tendopoli. “L’intervento si è reso necessario per liberare le persone anziane, le donne e i bambini plagiati da un gruppo di personaggi pregiudicati e ricercati per delitti comuni”.(MAP, 8 novembre 2010, ore 17.45)

Il Campo della Dignità non c’è più, ma gli scontri, la repressione continua nella città di Laayoune.
Retate, arresti, aggressioni nelle case, nelle strade da parte dell’esercito e delle ronde dei coloni hanno caratterizzato la giornata successiva.
Il bilancio delle vittime è alto e, naturalmente, provvisorio e discordante. Rabat sostiene che ci sono stati, tra i civili saharawi, 2 morti e 4 feriti, mentre tra le forze dell’ordine marocchine 10 morti, 70 feriti, di cui 4 in gravi condizioni e, nega che ci siano state altre vittime durante gli scontri a Laayoune. Il Ministero dell’informazione della RASD (Repubblica Araba Democratica Saharawi) conferma, invece, che il numero delle vittime saharawi sono 21, i feriti 723, i dispersi 159 e tra le forze marocchine 8 morti.
I negoziati all’ONU sono stati naturalmente sospesi e rimandati a dicembre a Ginevra.

 

 

 

 

Mohammed VI, re del Marocco, per arginare questa situazione, ha cercato di bloccare l’informazione, unica vera arma contro la verità, chiudendo, prima dell’inizio della lotta, gli uffici di “Al Jazeera” in Marocco, eliminando, così, un testimone scomodo. Successivamente ha impedito alla stampa internazionale di seguire gli avvenimenti in corso, bloccando i giornalisti all’aeroporto di Casablanca. E’ iniziata così la caccia ai giornalisti che denunciano la repressione delle forze d’occupazione marocchine. Dopo Al Jazeera, le autorità del Marocco si sono scagliate contro l’Agence France Presse (AFP), l’Agenzia di stampa algerina (APS) e ritirato l’accredito del corrispondente del quotidiano spagnolo ABC. Un dispaccio dell’agenzia MAP giustifica tale decisione per il comportamento privo di qualsiasi professionalità di alcuni corrispondenti dei media spagnoli.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Cpj) e Reporters Sans Frontières (organizzazione non governativa in difesa della libertà di stampa in tutto il mondo) denunciano “Il clima di crescente ostilità nel Marocco verso i giornalisti spagnoli”. Secondo Cpj, infatti, due giornalisti spagnoli e un americano sono stati recentemente aggrediti a Casablanca.

 


La situazione rimane tesa e difficile, nessuno può immaginare cosa accadrà.
Il Marocco denunciando al tribunale militare quattro attivisti saharawi con l’accusa di ”costituzione di banda criminale per perpetrare atti criminali contro persone, partecipazione in sequestri e torture”, vuole dimostrare la sua intenzione di tenere una linea molto  dura nei confronti di queste proteste.
Un giornalista del “Il Manifesto” ha intervistato due di questi attivisti la settimana precedente alla distruzione del campo: “Le nostre richieste sono di carattere socio-economico. Vogliamo che i nostri diritti all’alloggio, allo studio e al lavoro siano garantiti”, ha detto Burial, uno dei nove membri del comitato dei negoziatori del campo.”Siamo pronti a trattare, ma prima il Marocco deve togliere l’assedio al campo”. Rabat ha invece deciso di prendere un’altra strada: l’annientamento totale della protesta con la forza, sotto il pretesto che il controllo della tendopoli era stato preso da elementi separatisti che – nella versione ripetuta da diversi membri del governo – “hanno preso in ostaggio parte della popolazione impedendo loro di uscire all’esterno”.


Il Marocco continua a calpestare il diritto internazionale, incita i coloni contro i saharawi, l’Onu non riesce ad intervenire a favore del referendum, sospeso da 35 anni, per il rifiuto del Marocco e la complicità della Francia.
Il silenzio del mondo diventa solo il prezioso alleato del regime di un paese autoritario e colonialista.

Il campo di “Agdaym Izik”, rimarrà il “Campo della Dignità”  simbolo della lotta  per i diritti umani.
17/11/10

 

Appello di Manu Chao contro la repressione in Sahara Occidentale

Io sottoscritto Manu Chao, di professione cantante Mi ribello ai fatti insopportabili che stanno accadendo nei territori Saharawi occupati dal Marocco. Chiedo la cessazione immediata delle violenze, torture, sparizioni forzate di persone ecc. attualmente in corso a Laayoune e nel resto dei territori occupati. Atti barbari costituenti l'opera nefasta dell'esercito marocchino. Mi auguro che l'Unione Europea esiga immediatamente dal governo marocchino la cessazione delle violenze esercitate contro la popolazione saharawi nei territori occupati del Sahara occidentale. Chiedo che l'ONU assuma le necessarie misure perché sia rispettato l'art. 2 della Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo. E che siano ugualmente applicate le risoluzioni adottate per i territori non autonomi. Chiedo all'Unione Europea che esiga dall'ONU che il Consiglio di sicurezza attribuisca alla Minurso effettivi poteri di controllo sul rispetto dei diritti umani, informandone direttamente il Consiglio di sicurezza. Penso anche che l'ONU abbia l'obbligo di proteggere la popolazione dei territori non autonomi mentre sono in attesa della celebrazione del referendum di autodeterminazione, così come impongono le risoluzioni dell'Assemblea generale, del Consiglio di sicurezza e dell'Unione africana. Chiedo ai governi spagnolo e francese la cessazione immediata della vendita di armi al governo marocchino, con le quali l'esercito uccide, tortura e reprime il popolo saharawi. Chiedo alla comunità internazionale di esigere che il governo marocchino consenta la libera circolazione ai giornalisti nei territori, affinché essi possano raccontare cosa succede. In altri termini il libero accesso ai territori occupati per tutta la stampa internazionale, cosa che non accade oggi. Chiedo che l'Unione europea esiga la liberazione immediata dei saharawi illegalmente detenuti oramai da più di una settimana. Ci sono anche centinaia di persone sparite. Dove sono? Chiedo che la comunità internazionale faccia pressione in modo fermo e urgente sul governo marocchino perché cessi la barbarie e l'ingiustizia. Grazie della vostra attenzione Manu Chao


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